La comunicazione possibile nella demenza di Alzheimer


Il termine “comunicare” significa letteralmente “mettere in comune”, condividere con un altro soggetto un messaggio, che può essere una parola, un gesto, un’emozione.

Per comunicazione, infatti, non si intende solo emissione di informazione, ma anche ricezione: tra colui che emette il messaggio e colui che lo riceve si crea un flusso continuo e circolare di comunicazione, caratterizzato da un canale (la voce, i gesti, le sensazioni tattili), un codice (il linguaggio) e da un contesto (l’ambiente, la situazione).

Se definiamo come “comportamento” qualsiasi cosa sia percepibile di una persona da parte di un altro individuo, possiamo affermare che ogni comportamento comunica qualcosa ed è impossibile non comunicare.

La comunicazione verbale.

Nella vita di tutti i giorni i primi problemi di espressione che il malato può presentare all’inizio della patologia sono:

  • difficoltà a ricordare i nomi
  • sostituzioni di una parola con un’altra dal suono simile (male/mele, cosa/casa)
  • parole dal significato simile (musica/pianoforte, forchetta/coltello)
  • utilizzo di perifrasi (anello/è una cosa che gira intorno, cravatta/serve per vestire elegante)
  • utilizzo di parole passepartout (roba, cosa)
  • neologismi (parole inventate)

La comunicazione non verbale

Oltre alla comunicazione verbale (linguaggio),è rilevante la comunicazione paraverbale (volume, altezza, intensità della voce, velocità dell’eloquio, fluenza).

Il linguaggio è la capacità di usare, con lo scopo di comunicare verbalmente e/o per iscritto, un certo numero di segni condivisi da più persone, e di selezionarli e organizzarli in  maniera appropriata in modo da renderli messaggi. 

La comunicazione non verbale è quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo che non riguardano il livello semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso, ma che riguardano il linguaggio del corpo: la comunicazione non parlata tra le persone.

Uno studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian (Non-verbal communication) ha mostrato che ciò che viene percepito in un messaggio vocale può essere così suddiviso:

  • Movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) 55%
  • Aspetto vocale (volume, tono, ritmo) 38%
  • Aspetto verbale (parole)7%

L’efficacia di un messaggio dipende quindi solamente in minima parte dal significato letterale di ciò che viene detto, e il modo in cui questo messaggio viene percepito è influenzato dai fattori del non verbale.

Come e cosa comunichiamo

La malattia di Alzheimer sembra colpire solo tardivamente le capacità di comunicazione non verbale:  le persone affette da demenza percepiscono non tanto ciò che viene detto ma come viene espresso.

 Inoltre, il comportamento “disturbante” è spesso l’unica forma di comunicazione che il malato riesce a proporre per esprimere un suo disagio o un suo bisogno. 

Brusche e repentine mutazioni del comportamento (atteggiamenti di opposizione, aggressività fisica o verbale, stati di agitazione) possono comunicare che nell’ambiente c’è qualcosa di disturbante (troppa luce, troppo rumore, troppe persone).

Ma anche che avverte un dolore fisico, che ha bisogno di mangiare o di bere, che ha bisogno di andare in bagno, che non comprende o che lo disturba ciò che gli viene chiesto di fare.

La comunicazione possibile nei pazienti affetti da demenza

Le difficoltà di comprensione e di espressione NON sempre procedono di pari passo: spesso il paziente pur non riuscendo ad esprimersi, comprende ciò che gli viene comunicato.

Risulta pertanto importante:

  • creare un ambiente che faciliti la comunicazione: eliminare rumori o attività disturbanti
  • utilizzare più canali di comunicazione contemporaneamente (parole + mimica e gestualità + immagini visive)
  • rimanere sereni, calmi, disponibili
  • non spazientirsi dinanzi a risposte errate o incongrue
  • ignorare il linguaggio scurrile: ricordare che probabilmente è una reazione automatica a qualcosa che lo ha innervosito, non è intenzionale
  • rispondere alle domande, anche se ripetitive: per il paziente è sempre la prima volta!
  • ricordare sempre che il malato è lui.

Comportamenti facilitatori nella comunicazione verbale con il paziente affetto da demenza:

  • presentarsi
  • chiamare per nome
  • trattare le persone come adulti (evitare linguaggio infantile)
  • utilizzare un tono della voce dolce e pacato, un volume moderato
  • formulare frasi brevi, precise, composte da parole semplici e chiare
  • parlare lentamente e dare tempo per rispondere
  • evitare di contraddire
  • fare una domanda per volta
  • chiedere di svolgere un compito per volta
  • informare su ciò che si sta facendo
  • inventare nuovi linguaggi: canto, dialetto, parole straniere, preghiere, poesie
  • adottare sempre un atteggiamento gentile ed educato.

Comportamenti facilitatori nella comunicazione non verbale con il paziente affetto da demenza:

  • espressione del volto distesa, serena, sorriso
  • vicinanza fisica
  • gestualità rassicurante, evitare movimenti bruschi
  • contatto visivo
  • assumere una posizione frontale di dialogo
  • recuperare l’attenzione toccando la mano, accarezzando, chiamando per nome
  • talvolta abbracciare o prendere sottobraccio il paziente
  • sorridere, prendere la mano, esprimere affetto
  • indicare, toccare, dare degli oggetti.

Conclusioni e riflessioni

Una comunicazione efficace col malato di Alzheimer si pone l’obiettivo di una conversazione felice, orientata ad infondere protezione, sicurezza e serenità nel paziente. 

Ricordiamoci che nella malattia di Alzheimer la funzione cognitiva della memoria a breve termine decade precocemente, ma una funzione conversazionale (scambio di parole) viene invece conservata.

La perdita della competenza comunicativa determina frustrazione e rabbia, tali da indurre l’abbandono dell’utilizzo della parola, con la diretta conseguenza della perdita indotta anche della competenza conversazionale. 

L’isolamento che ne deriva provoca una disabilità funzionale e un deterioramento che possono essere reversibili

Per evitare tale processo, il cambiamento nell’atteggiamento verbale del caregiver deve essere finalizzato a tener vivo l’utilizzo della parola e delle ADL nel paziente affetto da demenza.

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